Ci sono giorni che tutto si tiene, come dicono i milanesi quando fingono di sapere il francese. Ora, per esempio, stavo tentando di scrivere l’intervista a una signora che, tra le altre cose, mi aveva parlato a lungo di quanto Michael Douglas sia il suo massimo sex symbol, e di quanto le fosse parso fragile l’ultima volta che l’aveva visto, «è un pettegolezzo?», no, non lo è, ha il cancro, è ufficiale, per quanto assurdo suoni – i fumetti non muoiono, e Gordon Gekko mica può fare eccezione. Mentre scrivevo, chiacchieravo con amici del nuovo tg di Mentana, bisognerà che ne scriva, fammelo guardare, e insomma stasera ha mandato questa cosa qua sotto. Con un traduttore sovrapposto e le voci in sottofondo e nessun commento nel servizio, solo qualcosa di suo per annunciarlo, solo questa cosa qua sotto, dritta, com’era. Niente psicologo che commenta, niente Costanzo che dice come l’avrebbe fatta lui, l’intervista, niente Mara Venier che rievoca quella volta che lei e Michael. Solo loro due, e il loro non perdere mai di vista che «I’m on stage.» Se avete mai visto un tg italiano, sapete che è una specie di miracolo.
Mettetemi Baricco in copertina, e comprerò persino un giornale di computer.
Vabbene, io volevo far la disinvolta, quella che non didascalizza gli anniversari, quella che le cose importanti sono altre. Poi, ieri sera, Jimmy Fallon ha aperto la serata degli Emmy con la title track di un certo disco che ha recentemente compiuto trentacinque anni, e questo dopo che a Londra avevano esposto delle foto di una fighezza che proprio non capisco cosa aspettino i miei piccoli lettori a cacciare millesettecentocinquanta sterline (novecentonovantacinque, se proprio siete pezzenti) e farmi un regalo, e insomma va bene, mi arrendo, avete vinto voi, festeggiamenti tardivi siano, e in omaggio a quelli degli Emmy (che partiranno pure avvantaggiati, ma son bravini) non vi faccio neanche tutto lo gnègnè sul fatto che io, comunque, preferisco Thunder road.
Potrei dire molte cose, delle millecinquecentosettantasei parole con cui Francesco Piccolo interviene su quella questione che riesce a essere meno appassionante del sistema elettorale alla tedesca e della maternità di Gianna Nannini, ovvero: gli scrittori sinceramente democratici e il loro pubblicare per la principale casa editrice italiana (che happens to be di proprietà del principale esponente dello schieramento sempre più avverso ogni minuto che passa.)
Potrei dire che Francesco Piccolo è davvero bravo, così bravo che sono arrivata in fondo a La separazione del maschio nonostante lo volessi picchiare fortissimo già dalla prima pagina, così bravo che ha scritto le cose migliori degli ultimi anni di cinema italiano (anche se scrivere i più bei film avendo come terreno di competizione il cinema italiano è un po’ come essere la più elegante quando le altre vestono Dolce e Gabbana o Cavalli, ma vabbè) – e ciononostante l’articolo è scritto davvero male, una fiera di soggetto-virgola-predicato, doppie negazioni a casaccio, «talloni di Achille» e altre intollerabili pigrizie.
Potrei essere moderatamente cattiva, e dire che, se avesse rifiutato di scrivere il film di Virzì, la sua coscienza glielo avrebbe perdonato, è il suo commercialista che invece no; mediamente cattiva, e dire che «tengo famiglia» si traduce in «Einaudi mi dà un anticipo più grosso di quello che mi dava Feltrinelli, e sarebbe ora che voialtri la piantaste di fare i pauperisti col culo degli altri»; massimamente cattiva, e dirvi che è colpa vostra, perché Piccolo è un gentiluomo meridionale e scrive «voglio che qualcuno si accorga di un mio libro, lo compri, lo paghi e lo giudichi con la stessa libertà», ma quel che intende è che, se voialtri cialtroni di lettori forti che ora pretendete bei gesti politici l’aveste comprato quanto la Allende, beh, a quest’ora lui sarebbe ancora accasato con un rispettabile editore di sinistra.
Potrei dire molte cose, ma non servono. Perché l’accusa «fai tanto quello di sinistra e poi fatturi a Berlusconi» è vecchia quanto lo è la cultura popolare prodotta quando io ero già nata, e quindi ciò che serviva dire lo disse, molti anni fa, di fronte ad analoghe accuse d’incoerenza, quel gran genio di Paolo Rossi, che al momento della distribuzione dei talenti si era preso tutta la folgorante sintesi che Piccolo invece no: non conta chi te li dà, conta come li spendi.
Appena ho tempo e pazienza scrivo qualcosa di più articolato sul tracciato piatto della curva di apprendimento, ovvero sull’internet, il territorio in cui l’incapacità umana di fare alla centesima replica una cosa un po’ meglio di quanto riuscisse alla prima si incontra con il blocco psicologico che impedisce di riconoscere che non si sa, non si è capaci, non si è scelta l’opzione migliore. Nel frattempo, per Leonardo (che è straordinario in molte cose, specialmente nella misura della cocciutaggine della propria sciatteria) e per altra gente che leggo in giro, cose che continuate a sbagliare facendo esplodere le quote-latte delle mie ginocchia. (elenco in aggiornamento – eterno, temo)
Stewart è Jon, come abbreviazione di Jonathan, non John, come Lennon.
«Di’ un po’ la verità» ha l’apostrofo, diversamente da «Torna alle elementari una volta al dì prima dei pasti»
«Schernire» significa prendere per il culo; il verbo che stai cercando, quando hai l’insopprimibile impulso a scrivere come Delly, è schermire, con la emme di «Mamma, ho perso il quaderno a righe.»
La Monroe ha la i prima della y: Marilyn. Lo so, c’è quel Mary che invece ha la y e che pare fatto apposta per confonderti: la vita è ingiusta.
«Ehi» (il verso che faceva il tuo modello Fonzie, quello che non riusciva a dire «Ho sbagliato») in italiano si scrive appunto «ehi»: non «hey» (grafia inglese), tanto meno «hei» (grafia di Marte)
Aneddotica ha due d e una t, non viceversa. Sì, proprio come aneddoto, pensa che bizzarria.
«Al di là di ogni ragionevole dubbio», e analoghe forme con cui si possa bocciare il tuo italiano, va staccato; l’aldilà attaccato è quello che, se esistesse, sarebbe pieno di diavoli coi forconi che ti infilzano ogni volta che metti una virgola tra soggetto e predicato.
In italiano si rilasciano i detenuti e le dichiarazioni: i software, i dischi, e le altre cose released vengono distribuiti, messi in vendita, messi sul mercato, messi in circolazione.
Ah, sì: le leggende sono metropolitane, non urbane.
A completamento dell’operazione «Guardare un anno di cinema italiano e ricordarsi perché non si guardano film italiani da anni», ho infine visto Virzì. Ora, voi capite che vedere La prima cosa bella dopo aver visto lo svizzero, il turco e il Mamiani* è quasi scorretto. Cioè: a me, in questo momento, il film di Virzì appare come quindici anni fa mi apparve Strange days alla fine di una giornata veneziana sin lì caratterizzata da Al di là delle nuvole. Quindi, per non umiliare troppo la concorrenza, vorrei omettere le possibili lodi – quelle all’inedito miracolo di attori italiani che recitano con un accento che non è quello del quartiere in cui vivono, quelle al casting dei bambini, e soprattutto quelle al meraviglioso cappottino con cui la Ramazzotti irrompe al funerale del marito – e passare a fare una domanda a tutti quelli che l’avevano già visto e che mi avevano descritto uscite dal cinema col salvagente in fiumi di lacrime: ma non era per la madre, vero? Cioè, vi prego, ditemi che non eravate addolorati per la dipartita di quella insopportabile stracciacazzi che ha passato decenni a mettere in imbarazzo quei due poverini. Capisco l’empatia coi personaggi, ma vi assicuro che loro eran contenti che finalmente si levasse dai coglioni. Non potevano non esserlo. Cioè, se c’è una cosa che fa quel film è farti apprezzare l’orfanitudine – a te che la vedi per due ore, pensa a loro che se la son smazzata per quarant’anni. Piuttosto, ci sarebbe da versare una lacrimuccia per quel povero marito della Pandolfi: non si vedeva una così tragica figura di cornuto dai tempi di Rhett Butler – con la differenza che lui almeno era magnifico.
*Giusto, è vero. Li dimentico sempre: ho visto anche Daniele – abbiamospesotuttoperidirittidiVascoeorasiamocosìpoverichenonpossiamopermetterciunatrama – Luchetti, e Luca – ancheiricchipiangono – Guadagnino.
Ci sono situazioni in cui non si può bestemmiare. Non moltissime, ma ci sono. La soluzione la trovammo nella seconda bottiglia di vino bevuta per riprenderci dalla visione del film di Soldini, mesi fa. Si era, nei giorni precedenti, molto commentata una canzone dei Baustelle, quella in cui si chiede «Ci pensi ogni tanto alle rane»; e io già da un po’, quando ero davanti a gente proprio impressionabile, avevo imparato ad attutire la spontanea bestemmia in un «il dio e le ghiande di cui si nutre»; e l’amico con cui avevo visto Soldini, volendo esprimere il proprio parere su un social network ed essendo un ragazzo troppo perbene per bestemmiare per iscritto, cercava un eufemismo.
Tutto questo per dire che, per una serie di coincidenze sfortunate, negli ultimi giorni sono stata costretta alla visione di un’intervista del principino dei narcisi, alla quale oggi si dovrebbe aggiungere la lettura di sette cartelle di epistola del lettore di lettere di bambine morte. Capirete bene che le ghiande non bastano. E che tuttavia sono una persona troppo garbata per bestemmiare su un blog.
Quindi, ho deciso di affidarmi a un ragazzino (il mondo salvato dai ragazzini è un concetto che di certo piace sia a Vendola sia a Veltroni), e di lasciarvi alla lettura di una nota che ho incrociato per sbaglio su Facebook, e che contiene alcune delle più esatte sintesi dello spirito del Lingotto che abbia mai letto: «Del tuo discorso ricordo che parlasti molto di te», ma anche «negli ultimi otto anni ti ho viso fare (bene) il sindaco di Roma, fondare un nuovo partito, farti eleggere (grazie a noi) alla sua guida, fare (male) il sindaco di Roma, lasciare la mia città alla destra, candidare la figlia di un tuo amico come segno di attenzione ai giovani, pubblicare libri, portare il tuo nuovo partito al disastro, mentire sui numeri percentuali del risultato elettorale a mesi di distanza dalle elezioni, investire nell’immobiliare manhattanese, recitare monologhi in teatro.» Mentre noi, qui, sgranavamo rosari di ghiande.
Poi, una sera d’estate, senza una ragione davvero valida, ti ritrovi a vedere Baciami ancora.
Un film in cui le donne sono molto diverse tra loro: c’è il modello «continuo a rinfacciarti le corna che mi hai fatto dieci anni fa»; il modello «non mi amerai mai quanto hai amato lei»; il modello «siccome non mi metti incinta rimorchio nei bar»; il modello «mentre non c’eri mi sono messa col tuo migliore amico ma lo stronzo sei tu.»
Un film in cui le coppie sono tenute assieme da un’unica dinamica: uno dei due è ancora innamorato di qualche ex con cui non ha funzionato, e l’altro o l’altra è così [inserire aggettivo a scelta tra: paziente, determinato, innamorato] da tenersi in casa qualcuno che continua a pensare con struggimento all’ex. (Nei titoli di coda di Baciami ancora ci sono l’ex signora Muccino, alle scenografie, e quella in carica, ai costumi – ma sono certa che questo non c’entri.)
Un film in cui una che s’è rimorchiata uno in un bar ha una crisi isterica di pura indignazione se quell’uno, un mese dopo, non è esattamente contento quando lei gli annuncia garrula «Sono incinta» (generando il dialogo nel titolo qui sopra: la cosa migliore del film, nonché il momento in cui il tizio – che aveva conquistato la deficiente con l’arma bagnino-di-mondo «Le mie foto sono state esposte in una prestigiosa sezione del Louvre» – è diventato il mio idolo.)
Un film in cui se un quarantenne dice che lui e la moglie non scopano da un mese gli amici lo prendono per un segno di grossa crisi e, se due quarantenni scopano per sbaglio una volta per un totale di trentadue secondi dal toglimento di mutande al ricomporsi e aprire la porta alla bambina che bussa, lei resta incinta.
Un film, quel che è più grave, in cui si diseduca il gusto del pubblico inducendolo a credere che al mondo esista una donna che possa preferire Stefano Accorsi ad Adriano Giannini.
Sto tuttavia ripassando tutti i film italiani visti quest’anno, compresi gli italosvizzeri e gli italoturchi, e temo di dover ammettere che sì, Baciami ancora è il meno peggio (ma non ho ancora visto Virzì.)
PS Mi fanno notare che mi sono dimenticata Marco Cocci. Vero. A mia scusante, se l’è dimenticato anche Muccino. Quando si è accorto di averlo scritturato ma di non avergli scritto una parte, ha pensato che il Brasile andasse benissimo, come aggiornamento di quel plot che era «Sì, come in India: hai più pensato a quel progetto di esportare la piadina romagnola?»




